O Nettuno, mio Nettuno!

07/08/18

Giorno 2

21:00 (UTC+1)

Marina di Nettuno

Partiamo con calma la mattina da Fiumara, d’altronde sapevamo che ci aspettavano poche miglia per Nettuno, 26 in tutto.

Prima di partire osserviamo un paio di barche di grandi dimensioni ormeggiate sulla banchina, ma che sembrano abbandonate, dimenticate, come sopite dalle strato di muschio sulle cime e di foglie sulla coperta. Fa male vedere come siano tante, alcune anche belle davvero, eppure giacciono lì, senza più alcuna cura, forse abbandonate da chi non c’è più, forse semplicemente sfizio nato da poca passione verso il mare. Chissà. Vederle rattrista.

Siamo ormeggiati nella piazzola del Tecnomar e per uscire viene meglio una retro. Molliamo i doppini, innesto la retro e usciamo, quando al centro del fiume il motore si spegne! Maledizione! La corrente non è forte, ma non è mai una bella sensazione sentirsi spostare senza avere governo. Sbraccio alla cordicella dell’avviamento e dopo un paio di colpi riparte, ma siamo vicini alle barche ormeggiate… di nuovo retro, massima velocità, il motore da uno scossone sulla piastra di sostegno e finalmente prende. Ci portiamo al centro del fiume e sfruttando corrente ed effetto evolutivo dell’elica riusciamo a uscire senza danni.

Da quando Amilcare, il motore, è caduto in acqua un paio d’anni fa, non è lo stesso di prima. Sembra soffrire d’asma, vuole coccole continue: “regolami il minimo, cambiami la candela, controlla l’olio…”. Si deve essere spaventato così tanto che sembra cercare le nostre attenzioni. Solo che ci fa preoccupare anche per il nostro stato di salute. La botta che prese, colpa di una cima nell’elica, rovinò anche la piastra di sostegno. Ho notato che quando sollevo il motore, la posizione non è sicura. La piastra non mi dà tranquillità e non vorrei altri bagni di Amilcare. Per ora tengo il fuoribordo sempre in acqua, se riesco a mettere la piastra in sicurezza, allora lo solleverò di nuovo quando veleggiamo. Perdiamo qualcosina in velocità ma no rischi inutili.

Usciamo da Fiumara e verso l’imboccatura notiamo un barchino da pesca che ha in coperta un bilancione, così da pescare con questa tecnica dall’acqua, invece che dalle sponde. Lo manovrano in quattro, tutti a bordo! Ci dicevano che nel fiume altro ai cefali, anche belli grossi,  che si vedono saltare spesso fuori dall’acqua, si pescano anche le spigole. Sempre spigole del Tevere, però…

Usciti da Fiumara puntiamo la prua verso SE, seguendo la costa.  C’è un buon maestrale, sui 10 nodi, poca onda al giardinetto e si va veloci, tra i 4.5 e i 5 nodi. Per una barca di soli sei metri è la velocità di crociera. Passiamo davanti a Ostia, la ‘mia’ Ostia. Ho vissuto qui tutta l’infanzia e ne riconosco tutti i tetti e gli stabilimenti, i famosi stabilimenti del “lungomuro”.

Vediamo scorrere velocemente il pontile, la cupola di Regina Pacis, il fungo, la Lega Navale (un saluto agli amici soci!), la pineta. Poi si profila la bellissima spiaggia di Castelporziano, prima con la zona della Riserva del Presidente, ovviamente vuota, poi con chilometri e chilometri di meravigliosa duna mediterranea, i famosi “cancelli”, che arrivano fino a Torvaianica. Qui comincia una serie di case basse, che si uniscono alle successive località (Marina di Ardea, Tor San Lorenzo, Lavinio…).

Si va bene e decidiamo di alzare lo spi. Metto Barbara al timone, dato che in due, una persona deve fare anche il ruolo del “centro” solitamente addetto alle drizze, al caricalto e al caricabasso del tangone, e alla posizione dello stesso. Un immenso pallone azzuro si apre a prua di Perla. Beh, immenso… è sempre un velone di 27mq, proporzionato alle dimensioni del nostro barchino, è sempre un bel vedere. E Perla Nera va che è una bellezza. Siamo sui sei nodi, lo spi tiene bene la posizione e la Prodiera sta diventando sempre più una timoniera con i fiocchi. Poche volte devo lavorare con la scotta per “togliere l’orecchia” dello spi, segnale che la vela sta per perdere portanza. L’onda a poppa è un po’ dispettosa, ma niente di serio.

Ci saranno 10, 12 nodi di vento. Non mi va di prendere l’anemometro portatile, e mi regolo a occhio: prime ochette (schiuma delle creste d’onda) sui 10 nodi di vento vivo, più ochette sui 15, molte ochette sui 20, schiuma diffusa sui 30 nodi. In fondo sapere la velocità del vento serve per raccontarlo al bar agli altri velisti, come la lunghezza del pesce per i pescatori: entrambi, nodi e pesce, sono sempre il doppio della realtà, quando raccontati. Il vento lo vedi da come reagisce la barca, saperne l’intensità serve relativamente, cosa invece fondamentale nei bolletini meteo, così da valutare eventuali rischi.

Il vento rinforza e così l’onda. Spesso dobbiamo corregge lo spi, anche perché ora è più rafficato. Preferisco ammainarlo e alzare di nuovo il genoa, per metterci in una situazione più tranquilla. Mentre ammainiamo, mi accorgo di un foro sullo spi, piccino ma insidioso. Da quei fori si può aprire uno strappo e la vela si butta. Mi devo ricordare di ripararlo con il nastro per vele!

Ora si corre, anche perché dal lasco siamo passati al traverso, puntando larghi su Capo d’Anzio, che comninciamo a vedere da lontano. Perla plana spesso sulle onde ed è una goduria… Mi fa tornare in mente quando regatavo con le derive, Laser e Europa. Meraviglioso. Tocchiamo i 7.5 nodi, e giuro che sono veri, non come il pesce del pescatore!

Eravamo partiti da Fiumara alle 10.50 e alle 16 siamo al traverso del capo.

Scapoliamo il capo e ci prepariamo per entrare nel porto di Marina di Nettuno. Ormeggio in banchina, stanotte, dopo aver apprezzato la fanghiglia di cui ti riempi le mani quando usi la trappa di prua… queste cime sono ancorate a corpi morti nei porti, per permettere l’ormeggio a prua, con la poppa rivolta verso la banchina. Il fatto di essere eternamente poggiate sul fondo, ne fa degli animali vivi, con squame, alghe, cozze taglienti, spire viscide… le odio… ero zozzo dalle gambe alle spalle di una fanghiglia che neanche se mi fossi rotolato nei fanghi di Saturnia sarei potuto uscire così sporco. Per rimediare ho combinato un piccolo guaio. Non sopportando di vedere la coperta piena di fango, vicino alla galloccia di prua alla quale avevo dato volta alla trappa, ho pensato bene di tirare una secchiata d’acqua. Peccato che, differentemente dal solito, avevamo navigato con il passo uomo aperto.

“Davide, hai visto COSA HAI FATTO!” – La voce tonante della Prodiera era proporzionale alla leggerezza commessa: grossa leggerezza, voce più cupa e severa. Cuccette bagnate (poco), valigetta PC bagnata (per fortuna è metallica), umore della Prodiera alterato, anche perché si è potuta vendicare di quanto troppo veementemente la cazzio quando sbaglia nella conduzione al timone. E va be’, giusta legge del contrappasso.

Finito l’ormeggio ne approfittiamo per ricaricare i cellulari dalla colonnina, sciacquare un po’ di cose con l’acqua dolce (fango compreso), e andare a cena nel borghetto di Nettuno, veramente incantevole. Tanto movimento, tanti giovani, insomma, un bel posto davvero.

Al ritorno in porto c’è un concerto dal vivo, con una band numerosissima: due cantanti, basso, chitarra, tastiere, batteria e tre fiati. Tutto rhythm & blues, bravissimi.

La cosa particolare è che il cantante era un omino buffissimo, da improbabili ricci neri come la pece, baffoni immensi sempre neri, fascetta rossa in fronte e occhiali da lettura che portava al collo, perché per leggere la scaletta dei brani, doveva indossarli, altrimenti non riusciva a distinguere una parola, per sua stessa ammissione. Insomma, avrà avuto ben oltre i 60 anni. Eppure aveva una capacità scenica, una voglia di diverstirsi,  cantava con una capacità sorprendente brani della storia del R&B, per cui tutta la piazza ballava alle note della band e della sua voce ammaliante.

L’età non è ostacolo alle passioni. Quando c’è determinazione, divertimento, voglia di fare, l’esperienza aiuta a superare forse un po’ di energia in meno, con risultati incredibili.

Domattina punteremo verso il Circeo,  veleggiando davanti le coste di Torre Astura e Torre Paola, dove c’è il lago salmastro di Sabaudia.

BV, marinai!