Ponza, mettersi in fila, prego!

16.08.2018

GIORNO 11

Ponza

23.50 (UTC +2)

Il risveglio a Chiaia di Luna è di un’atmosfera particolare, se non fosse che il dondolìo del Levante in arrivo non preannuncia nulla di buono. Soprattutto se è di prima mattina. In effetti si balla, non in modo esagerato, ma dato che le previsioni davano  venti da W, decidiamo di riportarci sulla costa est dell’isola.

Come sempre siamo i più piccini, il Meteor è forse il mini cabinato più mini che si veda girare per i mari italiani. Anzi, da quello che mi dicono gli amici dell’Assometeor, probabilmente Perla Nera è il Meteor più famoso tra i crocieristi, anche perché ce ne sono pochi altri in giro per mare, se non per le regate. Perla ne ha fatte tantissime, soprattutto quando era giovane (è del ’97). Aveva anche un altro nome e altri Comandanti. Con me ha fatto molte regate Open tra cabinati e mini cabinati e ne ha vinte un bel po’. Ora ci accudisce, come un robusto guscio di noce, ma ha sempre il carattere di una regatante, me ne accorgo da come scatta quando c’è vento fresco o sotto spi.

Dico a Barbara di prepararsi. Questa ‘ragazza’ è diventata ormai una grande marinaia, se non fosse per la quota di tempo dedicata al piacevole sonno in barca. Ma quando c’è da stare svegli è ben presente e coraggiosa.

Alziamo la randa e salpiamo a vela, senza neanche accendere il motore. Di solito manovro facendo avanzare lentamente Perla con un filo di randa di bolina, per aiutare l’issata dell’ancora a bordo, che è sempre sopravvento. Quando l’ancora è salpata, poggio, facendo portare bene la vela e prendere velocità alla barca. E non appena anche il genoa è a riva (cioè alzato completamente), Perla schizza via come un elastico! In questo caso, essendoci altre barche ancorate nella cala, faccio portare il genoa a sinistra, per avere mure a dritta nella alzata e uscire nel corridoio tra le barche senza manovre rischiose.

Ci sono una decina di nodi, poco meno probabilmente. Usciamo da Cala Chiaia di Luna con una bella bolina, mure a dritta e puntiamo verso SW, verso Punta del Fieno e poi Punta della Guardia, più a sud, dove c’è il faro.

Oramai nelle situazioni tranquille lascio il timone quasi sempre a Barbara e mi diverto a regolare di fino le vele. Non c’è nulla che insegni meglio delle regate nella regolazione delle vele e dell’assetto della barca. Posizione dei carrelli, grasso e posizione dello stesso sulle vele, tensioni delle drizze e delle sartie, curvatura dell’albero. Sul Meteor incide anche la posizione dell’equipaggio, essendo poco più di un “derivone”. Perla in vacanza è carica come un mulo da soma ma la differenza della nostra posizione a bordo, soprattutto sulle boline spinte, con venti sui 20-25 nodi, si sente davvero. E se anche siamo molto leggeri (120kg in due), la giusta posizione a bordo è importante.

Superiamo Punta della Guardia, quindi la punta più a sud di Ponza e ovviamente il vento cala di botto, entrando nel lato ridossato dal Ponente. Proseguiamo a motore. Il giorno prima avevo dovuto rabboccare il serbatoio principale e decidiamo di passare per il porto a riempire la tanica di rispetto, da 12 Lt.

Entriamo quindi nella rada di Ponza, sempre con mille occhi per via dell’intenso traffico di: aliscafi, traghetti, barchini con turisti che vanno/vengono verso/dalle spiagge limitrofe, altre barche vacanziere che entra/escono. Non scherzo quando dico che nella rada e al Frontone, durante le ore diurne il mare ribolle per le onde generate in continuazione da tanto traffico. Controllo sul portolano delle Pagine Azzurre (versione digitale, comodissima!) dove è il benzinaio e puntiamo verso il suo pontile. E’ sempre quello che ci cacciò in malo modo uno dei primi giorni ponzesi, ora che mi ricordo. Con il mio solito atteggiamento Zen, non mi curo del passato e con calma mi metto in fila, tenendo Perla in equilibrio nella coda a colpetti di motore, avanti e in retro. Ci sono un paio di grossi yacht e un barchino prima di noi. Questo significa che quando fa il pieno uno yacht, ci puoi stare anche mezza giornata… Dopo tre quarti d’ora è il nostro turno. Il solito omino con il cappellone ci grida

“Che dovete fare?”

“Dobbiamo fare benzina” – risponde urlando Barbara, mentre indica la tanica rossa a bordo.

“Benzina non ne abbiamo, deve andare all’altro distributore. Qui solo gasolio!”

Ma porca sogliola arrostita male, tutto tempo perso! Mi districo tra le barche ormeggiate sulla stessa banchina del benzinaio, scomoda e affollata, e puntiamo all’altra pompa, lato paese, dato che serve sia le auto sia le barche. Peccato che c’è il delirio di fila anche lì. Basta, ci rinuncio. Il serbatoio principale è pieno, faremo carburante appena possibile, ma non ora.

Nell’uscire dal porto, passiamo davanti alle banchine galleggianti di Santa Maria e vediamo i nostri amici del Bavaria 46. Ci diamo appuntamento all’arco per passare qualche ora insieme.

L’arco è l’arco naturale di Cala Schiavone (detto anche Spaccapolpi), una delle attrazioni dell’isola, per cui anche qui c’è grande affluenza, caotica, direi.

Ci lasciamo il paese alle spalle, con lo scoglio “del Papa” a sorvegliare il porto.

Troviamo i nostri amici del Bavaria all’ancora e ci mettiamo a pacchetto. E’ un ancoraggio che non mi piace: puoi mettere i parabordi che vuoi, ma con barche di dimensioni diverse o anche semplicemente per il fatto che una barca a vela ha sartie, draglie, crocette, la sconsiglio. Basta un po’ d’onda e le barche se le danno di santa ragione, tra colpi di murate, sferzate di sartie, agganci non voluti. E così è stato. All’ennesimo barchino-turisti a generare onda (figurati se procedono lentamente…) la draglia aperta del Bavaria ha pizzicato la sartia alta di sinistra del Meteor. Nessuna conseguenza per fortuna, ma ho preferito a quel punto ancorare in autonomia a debita distanza. Già una volta, a pacchetto tra due meteor, ho toccato le crocette…

Ristabiliti gli spazi, bel pranzo a bordo, tra chiacchiere e battute, racconti e cagnone che slinguazzava tutti, mio guaio nel far cadere i resti del pranzo, chiudendo involontariamente il tavolino pieghevole, fino all’ora in cui alcuni del gruppo dovevano andare a prendere l’aliscafo. Con calma siamo quindi tornati al nostro posticino al Frontone, a due pagaiate dalla spiaggia di Santa Maria, pronti per una pizza con gli amici rimasti.

Peccato che, una volta a terra, ci siamo accorti che le mie infradito erano rimaste a bordo, per un fraintendimento tipico tra la Prodiera e me: “le prendi tu?” – “certo!” – “Ma non avevi detto che le prendevi tu insieme alle tue?!” – “no, avevo capito che le prendevi tu!…”

Quindi, piuttosto che remare di nuovo fino alla barca, avevo una serie di opzioni: o fare l’alternativo e andare in giro scalzo (non era un problema, sono cresciuto scalzo sugli scogli), o cercare di corsa un negozietto che fosse ancora aperto alle 21 o insperabilmente trovare un’altra soluzione, che poi è quella che è arrivata. Il proprietario del Bavaria, impietosito, mi ha prestato le sue scarpe prese al volo dal 46 piedi. Peccato che anche le scarpe erano 46, dato che Sergio, così si chiama,  è quasi due metri di altezza…

Ovviamente io porto 42 e quindi era come camminare con le pinne ai piedi, ma mai pinne furono più provvidenziali!

Solidarietà marinaresca!

BV, marinai!