Ma quanto vento tene, ‘sta Ventotene!

  1. 18.08.2018

GIORNO 13

Quasi mezzanotte…

Si balla, ancora una volta. E’ notte qui a Ventotene e sono di guardia, perché si balla in modo impressionante e siamo all’ancora, con altre barche, davanti a Cala Nave.

Il tutto è cominciato stamattina, ancora a Ponza. Decidiamo di lasciare l’isola, per esplorare, a bordo del nostro piccolo Meteor, altri luoghi. In fondo Ventotene non è distante, poco più di 20 miglia. Anche se veleggiamo a bordo di un guscio di noce, siamo abituati a lunghi tragitti, anche di 50 miglia in una giornata. 22 miglia è pochissimo e quindi decidiamo di puntare verso Ventotene, prua 106°.

Prima però dobbiamo fare benzina assolutamente e caricare la tanica da 12 Lt. Questa volta puntiamo direttamente all’unico benzinaio che ha la benzina nel porto di Ponza. Bene, siamo “quarti” in fila, nonostante siano le 8.30 di mattina, avrei pensato meno coda. “Non ci vorrà molto”, mi dico speranzoso. Dopo un po’ comincio a rendermi conto che nessuno si muove, ma soprattutto che nessuno sta facendo rifornimento. Cerchiamo di capire e uno dei barchini porta-turisti, anche lui in fila per il rifornimento, ci grida che la pompa sta facendo rifornimento dall’autocisterna e non danno possibilità di fare benzina fino al termine dell’operazione. Noooo… Sono già quasi 30 minuti che stiamo qui a galleggiare e non si vede altra soluzione se non continuare a galleggiare.

Poi si avvicina un gommone, con un uomo anziano, ma dal portamento nobile. Si accosta e chiede cosa stia succedendo. Barbara spiega il caos generato dalla presenza della cisterna. Lui, che conosce Ponza meglio di noi, dice a Barbara, “Prendi la tanica, ti porto a terra e fai benzina dalla parte del servizio per gli automobilisti, che è operativa”. Ancora un angelo, qui a Ponza!

Barbara passa sul gommone e il “Conte” (così l’ho soprannominato), la porta in banchina, allontanandosi in attesa di un cenno per il recupero. Qualche barca protesta, ma di fatto non andiamo a usare la pompa per la quale siamo in fila, quindi nessun torto a nessuno. Il Conte si avvicina di nuovo a Perla, in attesa che Barbara appaia di nuovo sulla banchina per recuperarla.

“Da dove venite?”

“Da Santa Marinella, siamo qui da qualche giorno”

“Ah, bel giro!” – “Bella questa barca!”

“E’ un meteor, per noi è la più bella del mondo, anche se piccola come un guscio di noce”.

I suoi occhi azzurrissimi, incorniciati da rughe che raccontavano storie,  luminosi e sorridenti. Il Conte deve essere un angelo, ne sono convinto.

Barbara appare sulla banchina, il Conte si avvicina, incurante di qualche unno che urla e la riporta su Perla. Un miracolo, anche se comunque sono 45 minuti che siamo nel porto per la benzina. Senza di lui avremmo sprecato un’ora e mezza. Lo salutiamo con immensa gratitudine e con i serbatoi pieni, ripartiamo, verso Ventotene.

C’è un po’ di aria, quindi riusciamo ad alzare le vele per una tranquilla bolina. Lascio timonare la Prodiera, alla quale, prima o poi, dovrò dare i gradi di Timoniera. La giornata è bellissima, ma fa un bel caldo.

A un tratto propongo “vogliamo fare un tuffo?”

“Qui?!?” – balbetta Barbara “in alto mare???”

Avevamo già superato a dritta lo Scoglio della Botte, un pinnacolo di 18 metri che emerge dal mare come un soldato di guardia ed eravamo praticamente a metà strada. Su un fondale di oltre 700 mt.

SETTECENTO METRI…

Il blu era intensissimo e ipnotico. Barbara si convince, per cui ammainiamo tutto, anche perché il vento era ben scarso, tiriamo giù la scaletta, caliamo una cima e… tuffo!!!! Intorno il blu, un blu profondo, immenso, avvolgente.

Perla sembra un’isoletta e la cima il suo cordone ombelicale.

Di certo non mi tiro indietro davanti a situazioni sfidanti. Ho scalato molte cime delle Dolomiti, sciato sulle nere più ripide, naufragato in regata a miglia dalla costa su una deriva con 25 nodi e sono stato maestro e agonista di nuoto . Devo però ammettere che vedersi a mollo con i piedi poggiati su 700 metri di acqua infinita, dalla quale ti immagini salgano le fauci del grande squalo bianco, o di Moby Dick, o del Calamaro Gigante, o del Kraken, o della sardina assassina, fa un certo effetto. Per cui MOLTO rapidamente sono rientrato nel pozzetto di Perla, seguito a razzo da Barbara, che deve aver fatto gli stessi pensieri, pur avendo gradito l’insolito bagno!

Dopo aver contato le dita dei piedi, fossero state mangiate da qualche mostro del mare, riprendiamo verso Ventotene, che raggiungiamo a vela, con un vento più fresco, verso le 16. Ci dirigiamo verso Punta Eolo, la parte più a nord dell’isola, dove ci sono i resti della villa romana. Scapolata la punta, appare severa l’isola di S. Stefano, sede dello storico Penitenziario. La sua presenza incute timore.

Poi ci incrociamo con i ragazzi della Lega Navale Italiana, su vari tipi di derive e sui semi cabinati Nikan, poco più piccini di Perla (finalmente!). Il gommone degli allenatori ci viene incontro, come per salutarci, in realtà credo più per curiosare e capire meglio come due diversamente giovani vagabondassero per mare su una barca a vela in miniatura.

Passiamo davanti all’imboccatura del porto nuovo e poi davanti al vecchio porto, dirigendoci verso la Cala Nave, così chiamata per via di scogli chiamati “Nave di Terra” e “Nave di Fuori”. Tutta la cala è riservata ai bagnanti, quindi delimitata da boe che segnalano con chiarezza che è impossibile entrare oltre. Ci sono molte altre barche già ormeggiate e decidiamo, sfruttando le caratteristiche del nostro meteor, di posizionarci sul limite ovest della cala, molto a ridosso delle boe, così da avere pochi metri da remare con il nuovo ‘tender’.

Il fondale è roccioso, situazione che non mi lascia tranquillo. L’àncora trefoil non dà il massimo sulla roccia e comunque questo tipo di fondale è sempre una incognita: l’àncora può incattivarsi, richiedendo manovre per liberarla e si può anche perdere, in casi estremi. Il tessile del calumo può danneggiarsi sulle rocce. Il giro di ruota potrebbe far spedare l’àncora se nella posizione originaria aveva fatto presa su uno scoglio con un certo angolo e al variare di questo potrebbe andare a spasso.

Cerchiamo per buoni 15 minuti un punto che ci dia più tranquillità, spazzolando con gli occhi il fondale. Abbiamo circa 6 metri, l’acqua cristallina svela rocce (tante) che si alternano con zone di sabbia (poche). Caliamo l’àncora in una zona che ci sembra di sabbia, sapendo però che dobbiamo controllare, con pinne e maschera. Così faccio. In effetti la trefoil si è poggiata su uno scoglio e una sua unghia sembra aver morso bene sulla roccia. Ma è una situazione che non mi piace. Risalgo in superficie, osservo dall’alto la situazione, prendo bene fiato e riscendo. Raggiungo il fusto dell’àncora e la sposto sulla zona di sabbia che avevo notato nuotando in superficie, due metri più in là. Ottimo! Le marre della trefoil affondano bene nella sabbia, che è la loro caratteristica migliore. Risalgo a bordo, recupero un po’ di calumo, do un colpo di retro per far mordere meglio l’àncora e per verificare la tenuta: tutto va alla perfezione. Per sicurezza caliamo anche il salmone, visto che passeremo la notte qui.

C’è ancora sole, quindi dopo il bagno “tecnico”, dove anche la Prodiera ha dato il suo ottimo contributo, accorgendosi che il salmone si era fermato su uno scoglio e non avrebbe fatto il suo lavoro al meglio, ci rilassiamo in coperta. Barbara gonfia il tender, io lavoro al pannello solare e al suo circuito. Sono un paio di giorni che la batteria non permette più di caricare i cellulari come al solito. Siamo quindi sempre con poca carica. Questo mi costringe a limitarne l’uso alle sole funzioni fondamentali: contatto con i figli e previsioni meteo con le app e con Meteomar dell’Aeronautica Militare. Questo però è un problema… Ricontrollo con il tester tutto il circuito: il pannello produce anche 15V, in funzione dell’angolazione con il sole, ma a valle dei cavi che entrano nella centralina prima della batteria, non arriva nulla. “Come è possibile?” mi chiedo. Ripercorro tutto il filo e mi accorgo che in un connettore di congiunzione, protetto con un “case” apposito da esterni, in realtà i fili non chiudono correttamente il circuito, creando un falso contatto. Elimino il connettore, accorcio i fili, elimino il “case” stagno e voilà! Il pannello comincia a ricaricare la batteria! Finalmente…

Sollevato dall’aver risolto il problema, ci prepariamo per scendere a terra, con il tender, nella Cala Nave. La distanza non è tantissima, ma neanche poca. Direi 300mt, sempre a remi, il che fa benissimo al fisico. Al bando i mini fuoribordo, che inquinano, fanno rumore e contribuiscono alla crescita della panza!

Scendiamo sulla spiaggia, che è molto ampia e con diversi localini che arrivano ai suoi margini. Lasciamo il tender  e chiediamo indicazioni a  un vecchietto che stava parcheggiando. Ci ha risposto con un sorriso luminosissimo e un orgoglio verso la sua Ventotene, da lasciarci colpiti. Ci ha spiegato la strada, ci ha consigliato dove mangiare, ci ha suggerito la scorciatoia per il centro paese, ma soprattutto, sorrideva sempre. Magia e potenza del sorriso, che troppo spesso dimentichiamo.

Ventotene è di una magia unica. Case dai mille colori pastello, curatissime. Vicoli incantati. Tanti locali, discreti e eleganti con accogliente semplicità. E poi, in piazza, un luogo per me sacro: una libreria.

 

Ventotene è stata la culla della nostra storia moderna, dal secondo periodo bellico in poi. Qui nacque il Manifesto di Ventotene, per una Europa libera e unita. Qui fu imprigionato Sandro Pertini. La piazza respira questa storia, tra le grida dei bambini liberi di correre senza rischi, il riposare sulle sedie dei nonni, il chiacchierare dei più giovani. Qui tutte le generazioni si godono l’armonia di questa perla del Tirreno. E nella libreria testi, storie, documenti di quello che fu un momento di speranza e rinascita della nostra Storia.

 

Passeggiamo rapiti da tanta bellezza e continuiamo a passeggiare per dedali da scoprire o lasciare che loro sorprendano te. Arriviamo al porto vecchio. Un stretta entrata e in fondo un piccolo ridosso, con, sulla banchina, locali molto accoglienti e pieni di bella gente, con tanti giovani.

Proseguiamo, per curiosità, verso il porto nuovo, più ampio e aperto verso nord.

All’improvviso una raffica, molto decisa.

“Ma da che parte viene?!?” penso. Era atteso Ponente e invece sembrava venire dalla parte opposta, da est.

“Oh, cazzarola!!!”. Con il cellulare controllo, attraverso la bussola, la direzione del vento: è proprio Levante! Perla è esposta!

“Barbara, dobbiamo andare. Il vento è girato completamente. Perla non è ridossata. Non me la sento di cenare qui stasera.”. Anche Barbara si era reso conto del vento e del rischio. A passo svelto torniamo prima al porto vecchio e poi stavamo puntando verso gli stessi vicoli dell’andata, quando ci torna in mente che la spiaggia della Cala Nave era arricchita da una grotta che sembrava portare da qualche parte. Così era. C’è una galleria romana che dal porto vecchio, il porto romano, sbuca proprio a Cala Nave. Chiediamo indicazioni e, dopo aver attraversato una zona di locali e ristoranti, imbocchiamo la galleria, cento metri circa di un alto cunincolo illuminato a terra per un tratto e poi più buio, che sbuca proprio nella spiaggia.

Sulla spiaggia già ci sono le onde che frangono a riva. Ci saranno 10-12 nodi di vento e qui non c’è ridosso dal Levante.

Di corsa mettiamo il tender in acqua e a forza di braccia risaliamo le onde, arrivando da Perla Nera che scalciava. Anche le altre barche ben più grandi, ballano e nell’oscurità vediamo alberi che oscillano e yacht che sembrano ancorati su una gelatina.

Altra notte insonne… Il Levante entrava ben fresco tra l’isola del penitenziario e la cala, ampliando, per l’effetto Venturi, la forza del vento. Si era alzata onda e i calumi lavoravano incessantemente.

“Vai a dormire, Barbara. Comincio io”.

La Prodiera è tosta come poche donne al mondo, ma quando si tratta di dormire, non se lo fa ripetere due volte. Sparisce sottocoperta, nelle nostre super cuccette modificate da poco,  larghe quasi come un letto a due piazze e con il controstralletto amovibile, così da toglierlo quando si dorme e rimetterlo in navigazione.

Si balla. Pesantemente. Ma l’ancoraggio tiene. Almeno credo. La presenza di rocce sul fondo non mi piace, ma Perla Nera sembra avere sempre gli stessi allineamenti. Ogni tanto con la torcia controllo le barche più vicine e la distanza dalla parete di roccia più prossima. Le distanze sono sempre le stesse. La centrifuga come fossimo una lavatrice, pure…

Mi rilasso un po’, ma rimango nel pozzetto, con gli occhi chiusi ma i sensi all’erta.

A un certo punto,  noto che Perla è posizionata diversamente dalle altre barche.

“Perché?” mi chiedo. E’ una situazione che può capitare quando non c’è vento, momento in cui le barche galleggiano ognuna per conto suo, spostate da un ondina, da un movimento a bordo, da un fantasma… ma se c’è vento fresco, le barche tendono a disporsi tutte nello stesso verso, a meno che non siano in zone di giri di vento diversi. Tutte erano prua al vento, Perla invece era di poppa al vento!!!

“Che succede?” – mi chiedo. La cima del calumo era tesata dalla prua verso poppa, ma qualcosa impediva a Perla Nera di disporsi al vento. Probabilmente il brandeggiare da una parte all’altra e la presenza degli scogli deve aver creato un qualche intreccio tra cima dell’ancora, cima del salmone, scogli e bulbo. Situazione che non va bene. Se il movimento viene limitato, la barca non si pone al meglio al vento e alle onde.

E’ ancora buio e manca troppo all’alba er una immersione in sicurezza. Decido di issare il salmone a bordo, che sale a fatica, perché la cima è incattivata con quella dell’àncora. La barca deve aver ballato molto, in nostra assenza. Riesco a portarlo a bordo e a metterlo in chiaro. L’àncora tira, tenendo sempre Perla con la poppa al vento.

Chiamo Barbara.

“Dobbiamo dare motore, c’è qualcosa che non va all’àncora”. La Prodiera come sente la parola magica “qualcosa che non va” diventa iperattiva, a metà tra paura e capacità di reazione alla paura, passando dai sogni all’azione in un decimo di secondo.

“Vai all’àncora, Barbara, e dimmi dove devo andare per assecondarla. Fammi i segni con le braccia, perché c’è il rischio che non ti senta, tra vento e motore”.

Barbara va a prua e a gesti più o meno comprensibili mi guida. Il motore fa riallineare Perla, dopo quasi un giro su sé stessa. Ora l’ancoraggio è in linea e la barca è prua al vento come le altre. Mettiamo di nuovo in forza l’àncora che sembra tenere. Caliamo di nuovo il salmone, questa volta con meno calumo e lasciato in tiro. Aspetto un attimo a spegnere il motore, fino a quando non ho la tranquillità di capire che l’ancoraggio tenga, anche se si balla ancora.

Altra notte di guardia. Questa estate sembra un autunno, in realtà.

Ma quanto vento tene, ‘sta Ventotene?

BV, marinai!