Homeward bound

23.08.2013

Santa Marinella, casa

GIORNO 19

18.00 (UTC +2)

Oggi è il giorno del rientro.

L’avventura di ieri ci aveva provato fisicamente, quindi il sonno nella calma dell’ormeggio nel Porto Turistico di Roma (che poi è a Ostia) è stato profondissimo. Perla era ormeggiata in andana di prua, trappa a poppa e cime a barba di gatto a prua, sulla banchina. Il tempo al risveglio è buono, la fame tanta. Quindi decidiamo di goderci una colazione come si deve in qualche bar del porto, sperando di non incorrere di nuovo in disservizi, come per la cena di ieri sera.

Scendiamo a terra e dalla parte opposta della banchina un gruppetto di tre persone, padre figlia e fidanzatino della figlia, ci chiede di Perla e da dove arriviamo. La Prodiera, che di solito fa da portavoce dato che io grugnisco, spiega il nostro vagabondare, iniziato da Santa Marinella, proseguito con le isole, le coste, i temporali, i delfini e culminato con l’avventura della tromba d’aria di ieri. “Anche oggi è prevista una bomba d’acqua, verso le 18”.

Pure!

Esausti da questo reiterato fuggire dal maltempo, ci guardiamo come a dirci “Sbrighiamoci!”. Tra Ostia e Santa Marinella ci sono circa 25 miglia,  cioè 5-6h di navigazione. Sono le 10.00, dovremmo avere margine sufficiente per evitare altri giri di centrifuga da maltempo, ma è meglio non indugiare.

Prima però la colazione e con la scusa, essendo la cambusa in via di esaurimento da fine vacanza, decidiamo di prendere quelle pizzette bianche ripiene che  sono una specialità dalle nostre parti. La ragazza gentilissima ci serve i cappuccini e mette da parte le pizzette. La proprietaria, ovviamente alla cassa, ha un po’ meno charme e senza rivolgersi a noi, clienti paganti, fa alla ragazza a voce alta “ma quelle pizze nun so’ de quello che le ha ordinate?”, riferendosi a un avventore che probabilmente ne aveva prenotato un certo numero. La ragazza, intimorita, dice a mezza voce “queste sono state preparate in più…” – “Ah, vabbè, dajele…”. Quando si dice saper offrire uno stile accogliente, no?

Bene, con pancia piena e pizze ripiene ci apprestiamo a salpare. Prima dobbiamo fare carburante, riempiendo finalmente il secondo serbatoio del nostro fuoribordo e pagare il transito.  Chiamo via radio la Direzione del porto e ci danno indicazioni su come raggiungere l’addetto per il pagamento, sotto la struttura della torre. Ormeggiamo al volo in prossimità del benzinaio, che è proprio lì sotto.

Non c’è nessuno. Strano destino che abbiamo quest’anno con i distributori di carburante, a bordo di Perla. Più facile affrontare una mareggiata che trovare con facilità un po’ di benzina! Scende intanto l’addetto del Porto, per il pagamento. Molto cordiale, ci fa:

“Voi siete quelli che sono usciti dalla tromba d’aria! Complimenti! Co’ ‘sto barchino!”. E prosegue – “m’hanno avvisato i ragazzi del turno di questa notte. Bravi!”.

Franco, così si chiama, è un omone dalla faccia buona, capelli lunghi fino alle spalle, cotti dal sole. Potrebbe sembrare un surfista australiano, se non fosse che parla un dialetto romanesco, molto più accentuato del mio.

Scambiamo qualche parola e finalmente appare il benzinaio, un ragazzo giovane, occhialetto nero avvolgente, andatura indolente, che non dice una parola. Chiediamo il pieno della tanica, sparisce con la stessa, e torna dopo qualche minuto. Prende la banconota, si gira su sé stesso e risparisce nella struttura coperta nella zona del distributore. Che bello incontrare persone così sorridenti e cordiali, vero?

Franco invece è cordiale davvero. Chiacchieriamo un po’ e scopriamo che anche lui andava a vela. Ci saluta con una bella stretta di mano, augurandoci buon vento. Ne abbiamo bisogno, visti gli ultimi giorni. Nel chiamare via radio la torre per avvisare della uscita dal porto, ci risponde di nuovo lui: “Uscita autorizzata. Ciao Davide, a presto!” – “Ciao Franco, è stato un piacere!”.

Un piacere davvero, delle volte basta un sorriso e una sincera stretta di mano per fare in modo che un incontro rimanga nei nostri ricordi. Nel nostro girare per porti, ricordiamo in modo indelebile le facce delle persone che ci è capitato di incontrare e sono ricordi che rimangono lì, aggrappati sulle pareti della memoria. Come i volti dei ragazzi che ci hanno aiutato al Giglio, quando il motore finì in acqua, come raccontiamo nelle pagine dell’ebook “Sei per due – La vela possibile”, o quelli della ragazza  di Giglio Porto che gestisce un emporio che vende di tutto e che si è sposata con uno dei tecnici che lavorò sul recupero di nave Concordia.  O della signora cubana che vende frutta in un negozio sempre di Giglio porto. O dei pescatori di Marciana all’Elba, che ci vendettero un trancio di pesce spada appena pescato di cui ancora ricordiamo il sapore. O i volti dei finanzieri che ci fermarono in piena notte, pensando chissà quali contrabbandieri fossimo, e poi gli veniva da ridere anche a loro, quando si accorsero di aver fermato due diversamente giovani su un barchino di sei metri, pieno solo di biscotti, pasta, creme da donna e libri.

Usciamo dal porto, con il desiderio di arrivare presto.

Arrivare stavolta significa fine della vacanza, ma è vero anche che se è in arrivo un’altra bomba d’acqua, la cosa ci mette fretta. In barca c’è silenzio e malinconia. Il girovagare per mare si sta concludendo, per questa estate e la cosa ci rattrista.

Controlliamo le varie app meteo: LAMMA, Meteo Consult, Windy. Leggo da web il METEOMAR. In effetti sono previsti temporali, ancora una volta. Un agosto dannato…

Puntiamo a NW, con una leggera brezza che ci permette di alzare randa e genoa. Passiamo al traverso dell’imboccatura di Fiumara, dove il Tevere sfocia nella sua foce naturale. Salutiamo il vecchio faro, abbandonato. Poi Fiumicino e poi comincia la fila di località a noi più vicine e note: Focene, Maccarese, Fregene, Palidoro.

Si fila via bene, il vento è rinforzato. Perla è ben sbandata. Per me è normale, venendo dalle regate, ma per Barbara no. Per assurdo all’inizio della sua esperienza in barca, forse meno consapevole, accettava anche angoli di sbandamento maggiori, senza fiatare, ma lasciando le unghie sulla falchetta, da quanto si aggrappava forte. Ora, conoscendo bene l’assetto di Perla, mi richiama subito all’ordine.

“Dobbiamo prendere una mano” (cioè ridurre le vele), dice.

E’ l’inizio dell’ammutinamento, penso.

Quando si insegna troppo, l’allievo supera il Maestro!

In realtà ha ragione. Il Meteor più sta dritto, più rende. Quindi l’equilibrio tra vele, carrelli e conduzione deve portare a cercare il miglior assetto, non a sbandare senza ragione. Prendiamo una mano sulla randa, operazione che ormai facciamo in poche manciate di secondi. Apro poi il carrello del genoa. Perla si raddrizza e si va meglio.

Superiamo Ladispoli e poi Torre Flavia. Cominciamo a vedere in lontananza il meraviglioso castello di Santa Severa, da poco ristrutturato e che fa parte del sistema di protezione di circa 60 punti, tra castelli, roccaforti e torri, che furono innalzati nel XV secolo dallo Stato Pontificio contro le invasioni dal mare.

Il vento rinforza. Le onde hanno le ‘ochette’, sempre più frequenti e a perdita d’occhio. Ci saranno 16-18 nodi. Perla tiene bene, ma con 18° di sbandamento. Siamo in falchetta, sopravvento.

Il tratto tra Santa Severa e l’imboccatura del porto di Santa Marinella è di circa 3 miglia, quindi una breve distanza.  Peccato che i pomeriggi estivi salga sempre un vento di termica ben fresco, che alza onda ripida e frequente. La termica, che di solito tira da Ponente, viene rafforzata dai rilievi di Capo Linaro, creando anche venti di ricaduta che spazzano sia la rada antistante il Porto ma anche tutto lo specchio tra il Castello e il Porto stesso. E venendo da Santa Severa significa bolina stretta. Si dice che la bolina comporti il doppio del percorso e il triplo del tempo…

Insomma, si fatica fino alla fine. Dovremmo mettere il fiocco, solo che siamo stanchi. Barbara vorrebbe, ma mi accorgo che non è il caso, dopo tanti giorni ‘atletici’. In fondo manca poco e anche se si sta molto sbandati, teniamo duro e risaliamo verso il Porto, verso la casa di Perla.

Homeward bound, come diceva una bella canzone di Simon e Garfunkel, cioè “verso casa”.

Dico a Barbara di tenere duro, che manca poco. Noi siamo leggeri, quindi in condizioni di vento fresco Perla non rende benissimo se troppo invelata. Per cui fatica a risalire come dovrebbe. Effettivamente con il fiocco potremmo andare molto meglio e stringere di più il vento.

Ma non dobbiamo dimostrare nulla, siamo in vacanza. Anzi, alla fine della vacanza.

Prendo la decisione: “Barbara, ammainiamo. Siamo stanchi. Rientriamo con calma a motore, manca poco, va bene così”.

Barbara mi guarda e sorride. Come sempre aveva ragione lei, sul da farsi, ma si fidava, come sempre, di me.

Perla Nera rientra in porto, nel suo porto.

Ormeggiamo sotto la gru e cominciamo a scaricare bagagli e strumentazione, mettere a posto le vele, riporre il fuoribordo. Aliamo il nostro guscio e lo caliamo sull’invaso dotato di ruote. Laviamo la barca con amore, sciaquando a fondo carena e coperta.

Spingiamo Perla nella sua cuccia, accanto alle altre sorelle della Flotta Meteor di Roma, alla quale appartiene.

La vacanza è finita. Bellissima, faticosa, con tante avventure, con tanti posti meravigliosi toccati e vissuti, tante persone da ricordare.

Perla è a casa. Ma quando scendi capisci che la tua casa è lì. Sono quei pochissimi metri quadrati di Perla Nera.  E’ come se una parte di sé stessi stesse sempre lì, nel quadrato a progettare rotte, o al timone a osservare l’andatura della barca. O in pozzetto, a guardare il cielo e le stelle della notte. Chi va per mare lo riconosci da come è assorto, o da come sono profonde le rughe del sorriso, ma soprattutto dallo sguardo, profondo come gli orizzonti che insegue.

Noi siamo sempre lì con il cuore, su Perla Nera. Piccolo guscio di 6 metri che ci porta ovunque. Siamo sempre lì anche quando siamo a casa, o al lavoro, o con i figli.

Perché chi va per mare, non scende mai dalla barca.

BV, marinai!