Un Meteor in Corsica – Cap. 3

Martedì 13 AGO – H 01:18

Notte di luna che illumina la rada, qui a Porto Azzurro. La sua luce copre le stelle vere, ma non l’effetto delle costellazioni create dalle luci di fonda delle centinaia di barche rifugiate nella rada, per via del Maestrale. Ecco, siamo all’ennesima finestra.

Dopo tanti giorni di bel tempo in Corsica, ora dobbiamo giocare con il rincorrersi di Maestrale e Scirocco, sempre loro. Sono previsti giorni di Maestrale, anche intenso. Il che vuol dire stare rintanati, aspettando che cali. E’ vento buono per scendere a Sud, dove dovremo dirigerci prima o poi, ma ancora è presto. La Prodiera dorme in cuccetta, io scrivo dal pozzetto, con una tastiera collegata con il cellulare e una fioca luce appesa al boma.

Il cuore è ancora in Corsica, a quell’aria selvaggia e profumata delle sue calette e alle spiagge sorprendentemente bianche del Parco delle Agriates.

La prima giornata in Corsica, o meglio nelle sue acque, è stata. davanti alla rada di Porticciolu, paesino sulla costa Est, a metà di Capo Corso.

In realtà la nostra prima meta era Centuri, dato che uno degli amici tuffatori dal tender (v. Cap 2) ci aveva decantato la bontà degli spaghetti all’aragosta di quei luoghi.
Centuri è quasi sull’angolo superiore sinistro del “rettangolone” che è Capo Corso, il famoso ‘dito’ della Corsica e quindi nel trasferimento da Porticciolu a Centuri avremmo dovuto doppiare il capo, transitando davanti allo scoglio delle Giraglia, uno di quesi posti capace di sparare venti fortissimi, o di offrire, come in questo caso, un sorprendente mare calmo, in cui si veleggia poco e si smotora tanto. Motore o no, l’emozione della Giraglia è grande. Uno scoglio che è un’isolotto in realtà, con il suo bel faro che nella notte sembra dire ai naviganti “attenzione che qui si scatenano i venti…”. La Corsica in effetti è il baluardo nel Mediterraneo alle incursioni delle perturbazioni Atlantiche, che si incanalano come furie nel Golfo del Leone. Quando arrivano, i suoi venti risalgono con violenza il ‘dito’ trovando sfogo proprio intorno a Capo Corso verso est, e portando i ventoni di Maestrale verso l’Elba e le coste tirreniche, il libeccio forte verso la Liguria e, sparando alle Bocche di Bonifaccio – altra fabbrica di venti potenti – libeccio verso le coste laziali.

Centuri sembra volersi nascondere all’occhio del navigante, con le sue case quasi mimetizzate nella vegetazione che ovunque ricopre la Corsica di profumata macchia mediterranea. Le sue case sono in pietra arenaria, quindi di un colore tenue, tra il grigio e il verdastro. In effetti anche la Corsica, come molte nostre coste tirreniche, è disseminata di torri medievali d’avvistamento, a costruire un reticolo di difesa dagli attacchi pirateschi (non i nostri, che al massimo setacciamo birre…). Quindi la scelta di colori non brillanti, come certi paesini della Liguria o della Costiera, potrebbe essere stata tattica oltre che pratica, nell’usare materiale a disposizione in loco.

Lasciamo il nostro tender, che mi sono affrettato a personalizzare con la scritta “T/T PERLA NERA” e ci addentriamo nel paesino, meta anche di centauri e camperisti dediti al giro dell’isola. E’ un incanto. Un micro cosmo di viuzze che si sviluppano intorno a un porto piccolino e di quelli che si disegnano da bambini, con barche piccine, canali, piazzette, viuzze. E’ ora di cena e l’orologio biologico non cerca solo l’aragosta ma un cinghiale intero, se capitasse!

Il paese è pieno di localini, oltre a case che ti domandi come facciano ancora a stare in piedi, nel loro equilibrio di pietre a secco. La ‘piazzetta’ centrale piena di tavoli all’aperto già pieni, e un braccio del porto che arriva quasi al centro di quest’area, con la discesa per varare le barche. La Prodiera, come tutte le donne attente, suggerisce “allontaniamoci dal centro, qui avranno prezzi turistici” e in un attimo consulta i siti per una qualche indicazione. Imbocchiamo una salita che non era una salita, ma un Monte Bianco. Anche la auto nel salire faticavano, con motori imballati e frizioni consumate… Dopo un duecento metri che mi sono sembrati la conquista dall’Annapurna, scopriamo un alberghetto con un ristorante che ha una bellissima terrazza sulla rada di Centuri. Decidiamo di provare il locale e con il mio francese, che è ristretto alle frasi di sopravvivenza e alla pronuncia dell’Ispettor Clouseau, chiediamo di poterci accomodare, forti del fatto che eravamo i primi avventori. Ci risponde una vecchina, che avrà avuto una ottantina d’anni o forse meno, ma sembrava piegata dalla fatica del tempo e del lavoro. Ci parla in italiano, con un accento particolare, tra il sardo e il genovese.
“Mi dispiace, la sera siamo chiusi. Oramai siamo vecchi e non ce la facciamo”. In quel momento esce dalla cucina quello che credo fosse il marito, arzillo e sorridente, che portava al tavolo dove avrebbero consumato la loro cena una piattone di spaghetti che avrebbero sfamato un esercito.
‘A lavorare non ce la fate e lo capisco, ma a magna’…’ ho pensato.
“Ci può suggerire un locale qui a Centuri”, chiede la Prodiera.
“No, non mi chiedete queste cose”, dice unendo le mani come se pregasse, “però la Macciotta qui sotto è buono”, dice la nonnina, ottima attrice…
Riscendiamo dall’Annapurna, per la stessa strada che a farla in discesa a noi, che siamo sciatori incalliti, sembrava di trovarci sulla Direttissima dello Spinale a Madonnna di Campiglio e troviamo il locale. Ci viene incontro un ragazzo moro, molto gentile che si sforza di parlare quel poco di italiano che sa. E io quel poco di francese comico che so inventare. In una scenetta che sembrava quella di Totò e Peppino a Milano, con il contributo al caos di Barbara che vuole sempre porzioni lillipuziane, concetto complesso da spiegare a una trattoria, figuriamoci a un ristorante in Corsica in una lingua non tua, riusciamo a ordinare un piatto di spaghetti all’aragosta e una insalata di mare. Il piatto sul menu recita che è fatto di una porzione di 200gr, quindi abbondante. Al primo assaggio, la piacevole sorpresa di spaghetti al dente e sapore divino… La birra del posto “Pietra Blond”, ben ghiacciata, fa il resto. Anche l’insalata di mare è di una bontà assoluta. Il che attira altra birra e dessert finale. Il ragazzo, Anthony, si ferma a chiacchierare con noi e quando scopre che parlo inglese, finiamo a dialogare in quella lingua che ha imparato lavorando in Australia e Nuova Zelanda. Ha 31 anni e una bimba di 4 anni, è bretone e adora veleggiare. Non poteva essere altrimenti, venendo da quell’angolo di Francia che è dove la scuola di vela dei Glenans ha una delle sue basi storiche. Rimane affascinato dal sapere che andiamo in giro con un barchino di 6 metri e ci definisce ‘pazzi’… ma con ammirazione. Lasciamo una bella mancia, anche per lui oltre che per l’ottimo cibo.

Il giorno dopo dirigiamo verso Saint Florent, cittadina che si ridossa in una baia naturale che la protegge anche dal famigerato Mistral e che ha una sorta di laguna nella parte più a sud della stessa baia.

Facciamo prima una sosta a Nonza, per un bagno, e per rabboccare il serbatoio principale, esaurito.

Si mangia e si riparte, arrivando a Saint Florent verso le 17.30. La baia è affollatissima, con barche di tutti i generi, grandi, piccole, catamarani, barche dimenticate da anni…

Ci portiamo abbastanza in fondo, in linea con la spiaggetta che ci permette di approdare con il tender e di ritrovarci nel porto. Dal porto, con un ponte pedonale, si supera un canale navigabile e si è nel paese. C’è vita, tra locali, spettacoli musicali che riecheggiano in rada, negozi. Abbastanza caotica, con il traffico bloccato nella sua strada – unica – che lo attraversa lato mare. Ci gustiamo una birra , osservando quanta gioventù ci sia. Qualche locale è veramente kitch, come quello fatto a “finta grotta”, ma sono tutti pieni e moltissimi offrono musica dal vivo. Nel porto notiamo yacht immensi, di quelli con luci led ovunque e nomi barca illuminati ad effetto, di quelli con equipaggio e camerieri, di quelli dove gli armatori fanno parte della mobilia e non della marineria di quella barca.
L’indomani decidiamo di puntare alla spiaggia di Saleccia, di cui abbiamo sentito decantare la bellezza da parte di più amici. Prima però c’è da fare rifornimento, operazione che odio perché c’è spesso da fare la fila tenendo in equilibrio la barca nel traffico che si genera all’entrata e all’uscita di un porto, attendendo il proprio turno.

Intelligentemente, il distributore del porto di Saint Florent è posto praticamente all’entrata, lato sinistro e non richiede di addentrarsi all’interno del porto. Solo che dobbiamo aspettare, dato che è l’ora peggiore, quella in cui tutti escono e ci sono yacht giganteschi al rifornimento, che necessitano di ore per riempire i serbatoi e soprattutto necessitano di conti alle isole Cayman.

Continuiamo a rassettare e preparare la barca mentre noto il comandante di uno strano catamarano ormeggiato al gavitello, trenta metri da noi, verso il porto. Lui è un personaggio che sembra disegnato. Capelli bianchi e lunghi, pancia importante che non teme di nascondere, aria da francese burbero e navigato, fisicamente un tutt’uno con la cozze e gli altri mitili che vivono sulla chiglia del suo catamarano, dai colori improbabili: giallo e verde, neanche fosse del corpo della Guardia della Finanza… Fa lo skipper della sua bestia galleggiante, caricando e scaricando ospiti, famigliole, giovani, meno giovani. Deve essere una specie di istituzione locale, ha il suo bel gavitello riservato, entra con il tender nel porto per caricare ospiti, ha un bel da fare.

Arriva il momento buono, uno degli yacht-mostro ha terminato il rifornimento e ci precipitiamo – con garbo – nel porto, verso la banchina del benzinaio. In realtà ci sono comunque un paio di motoscafi prima di noi e devo tenere Perla Nera in equilibrio quasi ferma sullo stesso punto, sfruttando il vento da N sulla poppa e dando motore in retromarcia quel poco che basta per creare un equilibrio. Finalmente tocca a noi! Metto marcia avanti, quando un gruppetto di furbetti che con il tender avevano saltato la fila facendosi caricare delle taniche, sbucano dalle barche ormeggiate a ridosso del benzinaio, senza darci acqua (dare precedenza in mare ndr) uscendo dal loro ormeggio. Devo dare di corsa motore indietro e lanciare qualche santa imprecazione. A quel punto, uno dei cinque in perfetto accento da milanese imbruttito, ci dice “Eh, bisogna avere pazienza”, al mio gesto gentile di prendere la giusta via per quel luogo sacro, hanno apostrofato Perla con “vai pure in giro con questo coso!”. Non ho potuto far altro che sorridere con il mio sorriso più smagliante, il che li ha resi ancora più nervosi, e mentre si allontanavano con il tender, li salutavo garbatamente con la manina… italiani all’estero, facilmente riconoscibili. Da evitare.

Come sarebbero da evitare le distrazioni, sempre!

Dopo aver fatto rifornimento, usciamo dal porto e tiriamo su le vele. C’è una bella brezza di bolina, che ci fa risalire il golfo per puntare a ovest, verso Saleccia. Il golfo è profondo più di quattro miglia, fino a Punta di Curza, estremità ovest. Faccio timonare a Barbara, ormai bravissima, mentre regolo di fino le vele. Dobbiamo fare un po’ di bordi nel golfo, sempre rispettati – devo dire con piacere – dalle altre barche a motore, che ci lasciano precedenza nelle nostre manovre e nei nostri passaggi. Non è lo stesso da noi in Italia, ma è inutile lamentarsi… A un certo punto ci ingarelliamo con una barca molto più grande e che ha, sullo stesso lato di bolina, circa 300m di vantaggio verso Punta Curza. “Prendiamolo!” dico alla Prodiera, facendo uscire il regatante che era in me. Perla sembra sentire l’ordine e seppure stracarica non perde una particella di vento e inizia la rimonta. A bordo dell’altra barca si vede un gruppo di ragazzotti, forse non proprio espertissimi, ma la bolina la tenevano a modo. Perla recupera, recupera e, con manovra piratesca, li passiamo sopravvento, così da rallentarli con la copertura delle nostre vele e distanziarli. Passiamo vicinissimi a loro, con me a suggerire la rotta e regolare le vele, e Barbara a condurre. Nel passarli li salutiamo e notiamo i loro sguardi increduli nel vedere un barchino che sarà la metà del loro barcone, superarli in velocità. In poco li lasciamo indietro, sempre di più. Siamo in prossimità di Punta di Curza, dove ci sono due grossi scogli affioranti distanti un 20 mt l’uno dall’altro. Dobbiamo accostare in quella direzione e quindi dico a Barbara, “guardo la carta se possiamo passare nel mezzo”. Perla Nera, come tutti i Meteor, pesca solo un metro, quindi può avvicinarsi più di altre barche a zone con bassi fondali. Apro le carte elettroniche e vedo che siamo già in una zona con acque basse. Non faccio in tempo a dire a Barbara di allargarsi…, UNO SCHIANTO! Perla si blocca di colpo. Abbiamo preso uno scoglio!
Barbara è in preda al panico comincia a urlare, io controllo subito l’elica: è libera. “Molla il genoa”, le dico, “subito!”. La voce perentoria la risveglia dalla catarsi nella quale era caduta per la paura. Metto in moto il motore e inserisco la retro. Perla si sposta subito, dopo un altro rumore che sembra il ruggito di un mostro marino. Usciamo dal banco di scogli. “Controlla se entra acqua sottocoperta” dico alla Prodiera, che quasi sviene per quella affermazione. La barca però risponde bene e ha il solito assetto. Riprendiamo verso Saleccia, di nuovo a vela, facendo attenzione a eventuali rumori e movimenti inattesi. Arriviamo davanti alla spiaggia bianca di Saleccia, gettiamo l’ancora e mi tuffo immediatamente con la maschera per controllare l’opera viva di Perla Nera (la parte sommersa ndr). Timone a posto, elica a posto, carena a posto, il bulbo, una specie di siluro in piombo che dà grande stabilità alla barca, si è preso una bella grattata, ma è integro, a parte la sverniciatura. Neanche una ammaccatura. Potenza del Meteor!

Mai distrarsi, soprattutto in acque non conosciute e dove gli ostacoli non sono segnalati. Continuo a ripetere a me stesso “Imbecille! La carte vanno guardate prima e mentalmente ti devi appuntare le zone a rischio e riguardarle in anticipo all’approccio. Sei un cretino! Lo fai sempre, perché oggi non lo hai fatto?”. Poi c’è la parte buona “Beh, dai,  il bulbo è a posto ed eravamo presi dalla sfida con l’altra barca…”. E mentre continuavo il mio dialogo interiore a due personalità, in tutto questo Barbara non parlava più. Ancora sotto choc, stava lì in un angolo che diceva “la portavo io…, la portavo io…”. “Barbara, guarda che ti ho indicato io la rotta, tu hai fatto tutto benissimo…”

Il sorriso le è tornato quando si è resa conto di essere davanti alla spiaggia di Saleccia.

(cont.)