Un Meteor in Corsica – Cap. 7

Lo strallo penzolava beffardo, quasi dispettoso, ma l’albero si teneva dritto, in un equilibrio miracoloso per cui anche respirare a bordo dava la sensazione di scatenare un disalberamento improvviso e catastrofico. Eppure il pallone di fonda e le sue cime sul pulpito tenevano il tutto. Un miracolo.

“Lo strallo! E’ saltato lo strallooo!” – gridavo allarmato.

Barbara diventa pallida e perde la parola, che ritroverà solo due ore dopo.  Ho capito che questa cosa può dare dei vantaggi… Certo, magari senza ogni volta far spiombare lo strallo, ma potrebbe essere utile!

“Questo è un problema serio…” dice Alessandro, che però rimane calmissimo – “molla le drizze e fissiamole alla piastra dello strallo”. Alessandro era rimasto sul suo tender, a murata con Perla, e sempre dal tender mi aiutava a fissare le drizze, che aveva liberato dai moschettoni che servivano per incocciare le penne delle vele. Prima la drizza della randa, poi quella del genoa.

“Appenditi alla base dell’albero e tira verso prua” – mi dice. Così faccio e mettiamo in forza le drizze, usando il winch e facendo dei grossi nodi per evitare che le drizze possano scorrere via.

“Bene, adesso non si muove!”, dice Alessandro.

Barbara continuava a non parlare, io ero ancora abbastanza incredulo, anche perché adesso cominciava il problema vero: Perla viaggia praticamente solo a vela, anche se il suo 4HP fa il suo dovere quando serve, ma di certo il suo vero motore sono le vele. L’idea di avere un albero ciondolante sulla testa non è esattamente una bella sensazione: per quanto piccoli possano essere i 7m dell’albero di un Meteor, è sempre una spada di Damocle.

“Beh, intanto venite a bordo da noi, ci beviamo qualcosa e facciamo un po’ di telefonate per capire chi ci può dare una mano”, dice Alessandro.

E così ci ritroviamo sulla loro barca a vela, una meraviglia di barca appena rimessa a posto, con un timone a ruota grande come Perla Nera, teak ovunque, cabine vere ma soprattutto con Cristiana e Alessandro, che hanno cominciato a chiamare tutti i loro conoscenti dell’Elba in grado di poterci aiutare. Peccato che era Venerdì e il Venerdì della settimana di Ferragosto. Chiamano cantieri, rigger, amici del posto… Alessandro suggerisce di cercare chi poteva avere un Norseman, cioè quell’accessorio in grado di fare una “impiombatura” senza pressa, perché lavorare a bordo di Perla con una pressa per le impiombature sarebbe stato ben complesso, soprattutto con la barca in acqua e con gli spazi esigui di un Meteor. Ma quella settimana è drammatica: tutti i fornitori sono chiusi e la prima consegna sarebbe potuta essere a metà della settimana successiva… forse.

Barbara parlava sempre meno e faceva fatica a deglutire noccioline e prosecco che i nostri amici avevano aperto per celebrare l’aver scoperto che condividiamo con Alessandro lo stesso compleanno. La Prodiera già si immaginava finita la vacanza. Ragionavo come tornare nel caso in cui non fossimo riusciti a risolvere il problema dello strallo. Perla Nera è molto stabile anche con mare formato, ma in condizioni funzionali adatte e con le vele, quindi non senza strallo!

Niente. Mille telefonate, ma il periodo agostano è bastardo per chi ha bisogno di qualsiasi cosa. Lo è già per le cose serie, figuriamoci per gli accessori nautici diversi da una cima.

Mi faccio lasciare un po’ di numeri da chiamare il giorno dopo, al Sabato mattina. E mentre mestamente torniamo su Perla, salutiamo con un immenso grazie Cristiana e Alessandro, che si sono fatti in quattro per aiutarci e ci hanno permesso intanto di mettere la barca in sicurezza. Questo è lo spirito di chi va per mare, sempre pronto ad aiutare chi ha bisogno, senza aspettare un attimo, con uno spirito di solidarietà che va sempre mantenuto vivo e insegnato ai più giovani. Aiutare chi ha bisogno, senza domande, senza retorica.

Grazie Cristiana, grazie Alessandro!

Tra me e la Prodiera regnava uno spigoloso silenzio, tra il preoccupato e il rabbioso, dovuti alla sensazione di dover chiudere la crociera lì, fino al chiedersi cosa ci era sfuggito dal non prevenire la perdita della piombatura dello strallo, passando per il ripercorrere mentalmente qualche manovra che poteva aver causato il distacco dell’impiombatura. Confidavamo senza troppe speranze nelle telefonate che avremmo fatto il giorno dopo, Sabato.

E così fu. Facevamo il conto alla rovescia per aspettare l’ora di apertura dei cantieri e poi dei negozi di materiale nautico. Chiamavamo Piombino, Portoferraio, Porto Azzurro. Nessuno poteva aiutarci se non oltre la metà della settimana successiva, senza avere certezza di trovare il Norseman, o in alternativa senza abbattere l’albero per rifare l’intero strallo, operazione praticamente impossibile se non alando a secco la barca. Quindi soldi e altro tempo buttato.

Poi accade un miracolo. Un ragazzo di un cantiere di Portoferraio capisce la situazione e si fa in quattro. Gli spiego al telefono il problema. Mi dice “Fammi sentire un po’ di persone, richiama tra un paio d’ore, che aspetto che rientrino”. Due ore tra le più lunghe della nostra storia velica. Lo richiamo all’ora stabilita, e mi fa: “Senti, ti confermo che in questo periodo tutti i fornitori sono chiusi, ma c’è un ragazzo, una specie di artigiano, che spesso ha materiale che si tiene in magazzino, con il quale fa benissimo riparazioni e lavori. Si chiama Stefan, è tedesco ma parla italiano benissimo, prova a chiamarlo. Di più al momento non riesco a fare”.

Lo ringrazio in mille modi e mi precipito a chiamare Stefan. Compongo il numero pregando che risponda… suona libero… suona ancora… “ca*$! Rispondiiii!!!”

“Pronto?” – mai voce dall’altro capo mi era sembrata più celestiale! Avrebbe potuto avere anche la voce di un orco del Signore degli Anelli, per me sarebbe stata quella della salvezza!

“Stefano, sono Davide, siamo su una piccola barca a vela che…” e racconto tutto quanto accaduto. E quanto mi sento dire con voce calma e sicura “Non ti preoccupare, lo possiamo aggiustare”, ho fatto un salto carpiato da medaglia d’oro al corpo libero alle Olimpiadi! “Solo che adesso sono in Slovenia e torno Martedì”. “Ah!” – penso. “Va bene, Stefan, noi saremo a Porto Azzurro, va bene?”. “Ci sentiamo martedì mattina – mi dice – Che diametro ha lo strallo?”. Rispondo: “4 millimetri” – “Va bene, a martedì”.

Mi sentivo più tranquillo, ma ancora non avevo capito se era in grado davvero di risolverci il problema. Per aiutarlo, o molto più probabilmente per sentirmi più sicuro, gli ho mandato le foto dello strallo, dell’arridatoio con la piombatura saltata, delle drizze usate come stralli provvisori… poco c’è mancato che gli mandassi, per esorcizzare la situazione, anche le foto di noi dell’equipaggio!

Nessuna risposta ai miei messaggi, però. La tensione aumentava a bordo e dovevamo aspettare Domenica e Lunedì.

In queste situazioni esce fuori lo spirito da esploratrice di Barbara, che è anche una preziosa navigatrice del web e riesce a trovare notizie utili rapidissimamente.  E in un attimo ha organizzato spostamenti in bus, visite alle spiagge, veleggiate in windsurf (è un’ottima wind-surfista) a Norsi e la scoperta di localini e scorci mozzafiato.

Ma soprattutto mangiate di more selvatiche colte dai cespugli lungo la strada!

Le soste forzate hanno in fondo il loro fascino. Non potendo navigare, anche se per noi veleggiare equivale al respirare, ci si ritrova a osservare maggiormente un luogo, scoprendone i dettagli, le luci e le storie. Certo, nel nostro caso una parte del cervello faceva il conto alla rovescia in attesa del Martedì, ma devo dire che girovagare sui bus, andare per spiagge, seguire sentieri e godersi una birra nei chioschi è un bell’oziare!

Poi arriva finalmente Martedì mattina. Dalle prime ore di luce ci guardiamo ogni tanto per dirci con lo sguardo se è l’ora di chiamare Stefan o se bisogna ancora aspettare, per non essere troppo pedanti. “Alle nove, aspettiamo le nove” – dico. Inganniamo il tempo in colazione, lavoretti, pulizie, senza mai perdere di vista in realtà le lancette dell’orologio, che sembrano più lente che mai…

Poi arriva il momento. Chiamo.

“Stefan, sono Davide”

“Ciao Davide, allora il lavoro si può fare, faccio un paio di telefonate e vi richiamo, così capisco dove lavorare allo strallo, a dopo” – click!

Grande notizia!!!!! In barca festeggiamo con l’urlo di Tardelli nella finale contro la Germania! Ma dobbiamo aspettare ancora… che ansia!

Dopo un po’ ci richiama e quando vedo il suo nome sul display sono contento quasi come quando Barbara mi chiamò la prima volta: “Allora, dovrete entrare nel bacino della gru di Cala di Mola, io porto la pressa e rifacciamo l’impiombatura, quanto ci mettete ad arrivare lì?”-  noi eravamo dall’altra parte del fiordo di Porto Azzurro, si trattava di salpare l’ancora e attraversare tutto il fiordo, attraccando dentro il bacino. “Tra quindici minuti”, rispondo.

Arrivando vediamo da lontano un omone che si sbracciava per farsi notare dalla zona del cantiere, indicandoci dove ormeggiare. E’ Stefan, che incontravano per la prima volta. Un gigante gentile di quasi un metro e novanta, dal bell’aspetto e dai modi gentilissimi. Parcheggia l’auto di fianco al bacino e dal portellone tira fuori la pressa per le impiombature. Osserva lo strallo ciondoloni e comincia ad armeggiare. Decide di tagliarne un 10cm, perché i trefoli nella rottura avevano perso la tenuta. Intanto cominciamo a scambiare qualche parola. Vive in Italia da tantissimo, sposato con una italiana e trova che sia la Germania sia l’Italia siano profondamente cambiate, in peggio. Conservo una perla della sua saggezza. “Vedi – dice – noi abbiamo due grandi armi: il nostro denaro e il nostro voto. Il denaro ci permette la scelta di dove spenderlo, il voto a chi affidare il nostro consenso. Per questo temono chi fa scelte consapevoli e non condizionate”. Chapeau! Potere della consapevolezza della scelta.

Dopo un paio di passaggi nella pressa, rifà l’impiombatura con un arridatoio nuovo. Et voilà! Il gioco è fatto. Solo che avendo accorciato lo strallo ora serve una “prolunga” fino alla landa sula coperta. “Ci mettiamo la spectra, tiene più dello strallo” e così dicendo prepara un bel pezzo di spectra con una impiombatura anche lì e facendola passare più volte tra landa e arridatoio. Finito! Ora lo strallo è pronto per essere messo in tensione.

Salutiamo Stefan con un immenso grazie e il giusto compenso, mettendoci all’opera con il tensiometro per rimettere in assetto il sartiame. Lavoriamo un quarto di giro alla volta alternativamente su strallo, alte e basse, fino a riportare il tutto alla tensione che avevano: 31 lo strallo, 37 le alte, 27 le basse. Perla è di nuovo pronta!

Partiamo con calma, decidendo di affrontare una notturna sotto la luna, per affrontare le 32 miglia che separano Porto Azzuro da Giglio Campese, accompagnati dalla bianca luce del nostro satellite e dalla gioia di cavalcare di nuovo le onde.

Dopo circa 8 ore di navigazione arriviamo oltre le tre di notte nei pressi dei vecchi tralicci, vestigia delle attività estrattive del Giglio e grazie alla nostra potente lampada e alla conoscenza del posto, ci infiliamo tra le barche ormeggiate, molte senza luce di fonda, e alla giusta distanza dal traliccio stesso.

E’ fatta! Perla Nera galoppa di nuovo e siamo tornati nella nostra isola più amata, il Giglio.

Ora, finalmente, possiamo dormire davvero, mentre ci avviciniamo alla fine della nostra crociera. Meglio non pensarci. Abbiamo percorso circa 350 miglia da quando siamo partiti a inizio mese e ce ne mancano ancora, ma le ferie stanno per terminare.

Scendiamo in cabina, sotto un cielo che è una coperta di stelle.

Domani arriverà il Maestrale.

(cont.)