La parte migliore di noi

Capisci ancor di più cosa significa una barca quando le succede qualcosa. Capisci che è parte della tua anima, è il colore ambrato della tua pelle che sa di salsedine ribelle, è lo scalpitare sulle onde, come un cavallino arabo. E’ la parte migliore di noi.

Capisci che è parte della famiglia, lei e la sua anima, fatta di libertà, di scoperte, di viaggi e fatiche, di silenzi del mare aperto e del trambusto dei porti.

Stamattina abbiamo ricevuto una immagine su whatsapp con una frase laconica:

Di solito sono molto controllato nelle mie reazioni, a parte quando volano i piatti con la Prodiera. Sono praticamente un monaco Zen, perché sono stato abituato a ragionare sulla cosa da fare non sugli istinti da esternare, così da non perdere il controllo. Nel vedere però quel messaggio mi era scappato un “Oh, no!!”.

“Che succede?” – chiede la Prodiera.

“OH, NO!!!” dico, mostrandole il messaggio e soprattutto la foto.

“OOOHHHH, NOOOOO”, comincia a urlare, dicendo “è uno scherzo!!!”

“No, Barbara, non è uno scherzo…” e così dicendo chiamo il Capo Flotta dei Meteor, la mia ‘squadra’, anche se gli altri  meteor sono regatanti mentre noi siamo navigatori. Era tutto vero: una tromba marina potentissima si era scaricata sul porticciolo dove le nostre barche sono in fila a secco sui propri invasi o carrelli. Come un maglio di un mostro marino, il vortice si è abbattuto su tutte le barche che erano sul piazzale, grandi e piccole, a vela (la maggioranza) e a motore.  Un disastro. Accanto a loro ci sono gli Este 24, altri mini cabinati un po’ più grandi e in fondo alla fila anche barche di dimensioni maggiori, anche a motore.

“Arrivo…” dico febbrilmente al telefono. Facciamo una colazione che non è come le nostre solite, ma ingurgitata con l’imbuto, quando di solito è il momento mattutino di partenza dedicato a  caffelatte, marmellate, spremute, biscotti e chiacchiere prima di andare al lavoro. Barbara ha degli appuntamenti e non può venire con me. Io devo fare delle riunioni ‘telefoniche’ e posso gestire le cose dall’auto, portandomi dietro il PC per continuare a lavorare.

Piove, su una Roma dal cielo plumbeo, che sembra piangere.

Le strade verso Santa Marinella, andando nel senso contrario al flusso centripeto verso la Capitale, sono libere. Mentre guido, usando il vivavoce, partecipo alla ‘call’. Riesco a essere abbastanza concentrato, ma una parte di me è già lì davanti.

Quando arrivo al porto mi rendo conto che c’è il caos.

Grossi vasi pieni di terra rovesciati a terra. Grigliati di legno  accatastati perché divelti dal vento. Tetti che hanno perso i coppi, grossi rami di pino spezzati… e poi loro, le barche. Ammassate in modo scomposto e variegato, come corpi inerti di una trincea sconfitta.

Perla sembra notare la mia presenza. Mi avvicino oltre il nastro che delimita la zona, ma non faccio in tempo ad accarezzarla che vengo invitato a uscire da quella zona interdetta. La Guardia Costiera ha chiuso l’area per motivi di sicurezza e non si può stare lì. La barca sembra avere il fiatone in quella posizione innaturale, come se respirasse a fatica. Sembra portare una bolina sbandata di circa 25°, mure a sinistra, peccato che non abbia le vele a riva, non sia sull’acqua e che anche il suo invaso la segua in modo innaturale in questo sbandamento. Il carrello si tiene solo su due ruote e il terzo punto di appoggio è la murata della barca accanto, che sta messa molto peggio.

Un equilibrio precario e delicato. Come certi momenti della vita.

C’è uno strano silenzio, come se tutti rispettassero il dolore fisico di quelle barche, nonostante i tanti armatori accorsi e le tante persone curiose. Nessuno parla, come se ci fosse rispetto. Ci sono barche a terra, come pachidermi non in grado di rialzarsi. Quelle con l’albero spezzato, scena che mette sempre paura. Quelle tagliate dalle sartie della banca accanto, come fossero scatole di latta da aprire con l’apriscatole.

Un gruppo marmoreo del dolore. Devo respirare profondamente per non piangere e non solo per Perla. Vedere delle barche così è dura, dà dolore.

Mi sembra di fare del male a Perla Nera, non potendo avvicinarla, accarezzarla, farla calmare.

La guardo da dietro le transenne, cercando di capire come sta. L’albero è su e le sartie sembrano ben tese. Il carrello sembra a posto a parte il lavorare sbandato. E così le ruote. E’ saltata una draglia, quella di dritta e credo il suo candeliere di poppa. Non lo vedo. Per il resto non so, non riesco a vedere oltre.

Ferita, ma tosta, la ragazza. Come la Prodiera, che continua a chiamare per avere notizie. E’ spaventata.

Parliamo con il Comandante della CP, che raccoglie i moduli di “Denuncia di evento straordinario” e in una riunione da “war room” con il Direttore del Porto e noi armatori ci vengono date le informazioni su come si procederà.

Dobbiamo aspettare le formalità dei periti, le barche saranno sorvegliate H24 e gli armatori saranno tenuti costantemente informati  sulle fasi di recupero.

Nessuno di noi ha voglia di scherzare, come di solito invece facciamo, o parlare, se non per lo stretto indispensabile.

Sbrigati i doveri formali e ricontrollata Perla, mi riavvio verso casa, tra una telefonata di lavoro e il mandare le foto del caos a Barbara e sulle pagine di “Sei per due”, su Facebook, Instagram e YouTube.

Rivedo in continuazione negli occhi quell’ammasso, con Perla Nera al centro, quasi come una chiave di volta di un ponte tra il dolore e la voglia di tornare a veleggiare.

Arrivo a casa e non ho fame, io che ho sempre fame…

Gli amici sui social ci riempiono di attenzioni. E’ meraviglioso percepire la simpatia e la vicinanza verso Perla Nera e le sue avventure di barchino ribelle. Questa vicinanza ci aiuta a tenere botta e ci spinge a non deludere chi ci vuole bene.

Poi capisco, dalla sensazione di dolore che provo, che Perla Nera non è solo una barca. E’ quell’insieme dei nostri sogni, delle nostre libertà, del nostro essere ribelli e anticonformisti nel senso bello del termine. E’ davvero parte di noi. Non una figlia, ma la parte bella della nostra anima. Nel mio caso sicuramente la parte migliore.

E ora ha bisogno di noi. Di solito è lei che si prende cura di me e della Prodiera proteggendoci, assecondando i nostri desideri, nascondendoci al maltempo e spingendoci verso il sole. Noi la ripaghiamo curandola, riparandola, rendendola sempre più comoda nella sua piccola dimensione ma dal grande cuore.

Non so ancora come sta e questo non è un bello stare. Confido nella sua robusta natura e nella sua voglia di galoppare ancora a lungo.

Tieni duro, bimba:  ci sono molte miglia da andare a scoprire insieme.

Buon Vento a tutti coloro che sanno che una barca non è una barca, ma la nostra parte più bella, perché materializza la nostra vera dimensione.

 

ps. grazie a tutti gli amici, tantissimi, che ci stanno danno coraggio